NO NORMAL SPORT IN ABNORMAL SOCIETY

Scrive bene oggi Maurizio Ricci su La Repubblica, “in tutto il mondo lo sport è anche politica, ma solo in Sudafrica uno sport – il rugby – è anzitutto politica”. In tutte le nazioni lo sport è identità nazionale – lo sappiamo bene noi da italiani, da Bartali che scongiura una guerra civile in Italia vincendo inaspettatamente il Tour de France a Cannavaro che alza la Coppa del Mondo a Berlino contro tutti.

Per anni il rugby è stato in Sudafrica lo sport degli Afrikaner: 2 milioni di bianchi arroccati nel loro isolamento da dominatori e 44 milioni tra meticci (4) e neri (40) sistematicamente fuori dai campi di gioco, dalle squadre importanti, dalla nazionali. E si sa, giocare a rugby sui sassi e non sui prati verdi non è il massimo della vita.

Questo weekend si gioca in Francia la finale del Campionato del Mondo di Rugby: Inghilterra – Sudafrica. Sono passati 12 anni dal 1995 quando una vittoria – quella del Sudafrica ancora dei bianchi ma finalmente contaminato da 1 nero, contro la temibile Nuova Zelanda – unì un popolo, con quella coppa consegnata a Johannesburg dal Presidente Mandela con la maglia della nazionale regalatagli dal Capitano Francois Pienaar.

Domani due neri insieme a 13 bianchi tenteranno di riportare nel continente africano la coppa, consapevoli che anche questa volta una palla, ovale o rotonda che sia, peserà idealmente molto di più del solito, sospinta da 44 milioni di persone. Saranno loro – i due “colorati” – l’arma in più del Sudafrica, con la loro corsa, la loro velocità, la loro forza: i bianchi sudafricani giocheranno per loro. Per confermare definitivamente che “No normal sport in an abnormal society”, non può esistere uno sport normale in una società anormale (motto dell’African National Congress nel 1995 contro l’apartheid nello sport).

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