QUI GIOCANO TUTTI…NON HO NIENTE DA AGGIUNGERE

Forse l’avevo già postato, non lo so, in questo blog o in quello prima. E’ che tutti gli anni – quando si parte con l’attività sportiva – si discute sempre di cosa significhi “qui giocano tutti”. Lo leggo e lo rileggo, ma dopo 3 anni non sono riuscito a pensare ad un’idea migliore di quella che avevo scritto in questo pezzo per “Nuova Voce Amica” nell’Ottobre 2005. Pronto, però, a cambiare idea.

“Nel corso di queste prime settimane di attività della nuova stagione, in più occasioni è stato citato, da genitori e allenatori con cui ho avuto occasione di parlare, il concetto di “al GSO giocano tutti”, “all’oratorio giocano tutti”, “mio figlio è qui per giocare”, “il GSO deve essere diverso dalle altre società”.

Il concetto del “qui giocano tutti” è senza dubbio un concetto importante, fondamento dell’attività del GSO, a patto però che sia interpretato nella giusta maniera. Altrimenti, penso, diventa la comoda giustificazione dell’idea del “giocare tanto per giocare” che spesso viene associata all’idea di sport in oratorio…e non credo sia giusto. Qui di seguito, dunque, provo a condividere alcune riflessioni su questo tema, su come personalmente mi sento di interpretare (insieme alle altre persone che fanno vivere il GSO) la frase “Al GSO giocano tutti”, consapevole che proprio da valori condivisi si esprimono passi di crescita per l’intera Polisportiva.

L’idea di giocare a prescindere dalle proprie abilità e capacità è una idea giusta. Questo concetto è presente nella “carta dei valori” della Polisportiva: in un passaggio del secondo paragrafo, infatti, si legge che “la nuova sfida (ndr: della Polisportiva GSO) è oggi essere “testimoni dappertutto”, con un’accoglienza fatta di una ricerca appassionata degli ultimi, dei meno bravi, dei “rompiscatole”. Deve essere questo uno stile, uno dei tratti qualificanti, capace di aprire le porte del gruppo sportivo e di trasmettere il calore di un’amicizia a tutti e a ciascuno.

Al GSO, dunque, giocano tutti prima di tutto perché non ci sono selezioni per farne parte. L’atto di iscrizione non è preceduto da nessun provino e non è accompagnato da nessun curriculum sportivo che attesti particolari doti sportive dell’atleta. A volte questo è un passaggio per noi scontato, ma ricordiamoci che questa è invece una prerogativa che ci rende diversi da molte società sportive da noi conosciute, di cui dobbiamo andare orgogliosi.
Una volta al GSO, però, non giocano tutti a prescindere. Lo dico ancora: non giocano tutti a prescindere. E si badi bene, anche in questo caso non parlo di capacità. Parlo di impegno.
Lo sport che tentiamo di vivere al GSO, infatti, è assolutamente uguale a quello che vivono le altre società sportive, nella convinzione che solo se è “vero” lo sport è educativo.

Concretamente significa che il posto in squadra non è garantito a nessuno, sia ai più bravi in quanto tali, sia ai meno bravi perché tanto “qui giocano tutti”. Il posto in squadra è garantito a tutti, bravi e meno bravi, perché (e solo se) tutti hanno vissuto con impegno e costanza gli allenamenti, hanno ascoltato i consigli e gli insegnamenti dell’allenatore, sono stati rispettosi delle regole dello stare insieme. Solo allora vale la regola del “qui giocano tutti”, solo allora giocheranno i più bravi e anche i meno bravi, non in quanto tali, ma perché ciascuno di loro ha dimostrato di tenerci a giocare.

Vorrei portare come esempio le parole di un allenatore di una grande squadra come l’Inter, Roberto Mancini. A poche ore dalla sconfitta in Champions League contro il Porto, con una quantità clamorosa di gol sbagliati, dove forse serviva il miglior centravanti del mondo, Mancini rispendeva così alla domanda sul perché Adriano fosse in panchina: “Niente di strano, direi. Veniva da cinque giorni senza allenamenti. Era giusto che partisse dalla panchina”.

Entro ancora più in dettaglio con alcuni esempi.
E’ giusto ed educativo che la costanza e l’impegno negli allenamenti sia uno dei motivi di scelta per convocazioni, formazione, etc. E si badi bene, lo è in quanto regola per uno sport vero, non perché siamo GSO.
E’ giusto ed educativo chiedere agli atleti lo svolgimento di allenamenti seri, il giusto impegnativi, ben fatti, certo divertenti, con rispetto verso l’allenatore e i compagni. E lo è in quanto regola per uno sport vero, non perché siamo GSO.
E’ giusto ed educativo che un atleta informi e informi per tempo sull’assenza ad un allenamento o ad una partita; è giusto ed educativo che un atleta giustifichi un’assenza dovuta a motivi non prevedibili; è giusto ed educativo da parte degli allenatori richiederlo. E lo è in quanto regola per vivere insieme, non perché siamo GSO.
Una volta condivisi questi valori, allora sì tutti avranno la possibilità di giocare e tutti avranno i propri spazi, a rotazione o in alternanza o come sarà deciso dall’allenatore. Non perché lo fanno tutti, ma perché siamo il GSO e qui giocano tutti. Solo con questo cammino condiviso anche l’eventuale vittoria (ed è la prima volta che cito questa parola) sarà essa stessa educativa.

E’ un compito difficile, ne sono consapevole, perché si parla di persone, ognuna con i propri sogni, le proprie idee, i propri cammini, le proprie storie. A volte bisogna adattare una mentalità, un modo di pensare radicato, fare scelte “controcorrente”. Ma questo è uno dei più importanti passi avanti che ci aspettano quest’anno e ognuno di noi, da allenatore, atleta, genitore o dirigente, deve fare la sua parte. E se non è strano per Mancini, che allena una squadra professionistica e che ha come fine proprio la vittoria…”.

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