LA COPPA CON LE ORECCHIE (pensieri sparsi di una notte di sogni, di coppe e di campioni)

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Ed eccola qui, alla fine, la Coppa con le orecchie.
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Quella che la Juve non vinceva mai, quella che per vincerla Ibra lascerà l’Inter, quella che il Milan ha alzato più di tutti e Lino, Eriberto, Giuliano e Don Paolo mai (sono i primi che mi vengono in mente). Quella per cui il mio amico Jorge, tifoso passionale del Barcellona, è qui a Roma, all’Olimpico, in mezzo a tutto quell’oceano blaugrana, chissà dove, teso prima e pazzo di gioia poi. Eccola qui, in una calda serata romana. Barca-ManU, il non plus ultra del calcio 2008/009. Messi contro Ronaldo, Guardiola contro Fergusson, il calcio latino contro il calcio anglosassone. Notte di sogni, di coppe e di campioni, direbbe il romano Venditti.
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Credo che la Uefa dovrebbe finanziare un programma per le scuole calcio di tutta Europa in modo che ogni bambino che gioca a calcio possa vedere almeno una volta nella vita una finale di Champions. L’evento europeo probabilmente più seguito e costoso dopo il GP di Montecarlo (questa l’ho sentita allo stadio ieri sera). Dove la partita è solo un pezzo dello spettacolo: c’è “il prima”, in città; c’è “il verso”, andando tutti insieme verso lo stadio; c’è “l’attesa”, aspettando l’inizio della gara; c’è il dopo: festa o disperazione? In una serata l’essenza del calcio.
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L’Olimpico è bellissimo e nonostante la pista di atletica, la partita si vede benissimo dalla Tribuna Tevere. La gara è una cavalcata trionfale dei catalani, costantemente in partita dal primo gol alla fine. Un monumento a Xavi, padrone del centrocampo. Di Pep Guardiola ho scritto alcuno post qui sotto: la dedica a Maldini conferma quanto sia un signore del calcio. Messi è sulla strada per diventare un grandissimo, forse come il predecessore argentino di quel numero 10 che indossa.
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L’hospitality Uefa è qualcosa di impressionante, la macchina organizzativa pure, il marketing idem. L’Official Store dell’Adidas, con il merchandising ufficiale della finale, è razziato da tifosi VIP. Con i miei occhi ho visti due giapponesi (o coreani) presentarsi al negozio con più banconote da 500 euro e spenderle tutte in magliette, cappellini, palloni. Il negozio Nike Roma in centro, via del Corso, sfoggia in vetrina le maglie delle due finaliste (fortuna avere tutte e due le squadre…) ha terminato da tempo le magliette da bambino del Barcellona. Fuori dallo stadio, venditori improvvisati dall’accento campano propongono false magliette della finale, tra i 5 e i 10 euro.
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Il giorno dopo è davvero un altro giorno e anche questa stagione va in in archivio. Qualche settimana di vacanza e poi l’attesa e i sogni di un’altra stagione: ad agosto saremo tutti campioni virtuali senza avere ancora giocato una partita. L’agonia e la sofferenza del tifoso, domenica dopo domenica, mercoledì di coppa dopo mercoledì di coppa, a scandire settimane, mesi, anni. Ha senso per una maglia, per una squadra, per dei colori? Cos’è quella cosa che ti fa andare fiero della tua maglietta e della tua sciarpa, in uno stadio di una città di una nazione straniera, mentre insieme ad altri Xmila come te canti a squarciagola un coro per 11 uomini che corrono in campo tendando di buttare in porta un pallone?
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It’s too long a summer without football (letta su una maglietta nel negozio Nike Termini: l’ho comprata).
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