COME ERAVAMO

(Il mio contributo alla rubrica “Come eravamo” sul numero di Aprile di Voce Amica di Cernusco)
C’é uno scatolone blu, su in alto nel mio armadio, dove sono ammonticchiati i ricordi di un tempo, trent’anni fa, in cui fare foto non era la diffusa consuetudine da smartphone di oggi quanto invece il gesto riservato a pochi per immortalare un momento o un’esperienza eccezionali. Un tempo in cui le foto dei campeggi o delle squadre dell’oratorio feriale non le vedevi la sera su Facebook ma a Settembre, alla festa dell’oratorio, esposte sulle bacheche e “da prenotare in segreteria per poi ritirarle presso la libreria Il Faro tra qualche settimana”.

L’oratorio feriale era la spensierata apertura di una lunga estate di vacanza, prologo – ma solo per i più intraprendenti – di due settimane di campeggio, tutti insieme dalla quarta elementare ai quasi-giovani, rigorosamente divisi nel turno delle ragazze e nel turno dei ragazzi.

L’oratorio feriale era il gioco e i colori giallo-rosso-verde-blu delle squadre; era la maglietta bianca con la scritta (blu per i maschi, rossa per le femmine) “Oratorio Proposta 2000” da lavare la sera per averla pulita per il giorno dopo; era il pomeriggio una volta la settimana in piscina in Sacer; era la pausa x il ghiacciolo verde da 200 lire e la gita – una gita – in pulman; era “sul campo a 11 giochiamo a Sparviero” e se eri della partita allora voleva dire che stavi diventando grande perché solo i Boss, non i baby, potevano giocare a Sparviero. Strada facendo – avrebbe detto un cantante a quei tempi – verso la promozione al ruolo di animatore e al privilegio di poter parlare al megafono.

Il campeggio dei ragazzi, invece, erano le due settimane più misteriose e più attese – nei mesi precedenti – e poi più ricordate e più raccontate – nei mesi seguenti – aspettando il campeggio dell’anno seguente. Prima la scelta del luogo, ogni anno diverso: un rito nelle mani dei più esperti, fatto di incontri, di sopraluoghi, di “scambi di campi”, fino all’annuncio ufficiale. Poi l’attesa fatta di tradizioni orali tramandate da chi c’era: come il famigerato scherzo della pila, da fare (e possibilmente non ricevere) in piena notte, con la famosa domanda su dove fossero le chiavi del carro armato; o come le provviste di biscotti e succhi di frutta nascosti dalla mamma in fondo alla valigia, da mangiare con i compagni di tenda (di nascosto dal Don) la sera, prima di dormire. E a seguire l’esperienza che si fa leggenda, da ricordare nelle sere di settembre, sul sagrato fuori dalla Chiesa, aspettando gli ultimi ritardatari dalle vacanze con i genitori. Ogni campeggio diventava – per chi c’era stato – la medaglia da mostrare orgogliosi agli amici…e un po’ anche per far colpo sulle ragazze: Alagna, Pianprato, Temù, Pinzolo, Champoluc, Val Masino,…nomi di battaglie che capitani coraggiosi avevano vissuto su sentieri di racconto in racconto sempre più impervi, intervallati da giorni al campo base per il prestigioso torneo di calcio che neanche la Coppa del Mondo e chiusi dalle serate con la chitarra che l’animatore più figo suonava intorno al falò senza nemmeno leggere le note sul canzoniere.

Stasera quei campeggi mi appaiono davvero affascinanti ed unici nell’essenzialità delle relazioni e delle esperienze che facevano vivere a noi ragazzi ancora acerbi di vita e di mondo. Ma forse sono davvero sommerso dai ricordi di queste foto che sto guardando del mio scatolone blu.

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