ANCA MI SUN SEMPER CHI

Al termine dell’ultima partita della stagione sportiva 1985/86, l’allenatore della squadra aveva deciso di salutare noi 16 pre-adolescenti freschi di diploma di scuola media, regalando a ciascuno una frase per descrivere – così come ci aveva conosciuto nell’anno – le nostre migliori caratteristiche su cui costruire il proprio futuro.
In ordine alfabetico, io ero stato come sempre l’ultimo: “Zac – mi disse – la semplicità è la tua forza”.
Negli anni ho ripensato spesso a quella frase e non so se davvero ho seguito i consigli di quell’allenatore, ma se c’è una persona che ne ha raccontato il senso bellissimo e forse me lo ha trasmesso, quella persona è il mio papà.
Me lo ha raccontato amando la mia mamma, e poi la mia mamma e me, e poi la mia mamma, me, Anna e Matteo, nella semplicità di essere famiglia: che bella quella sensazione felice di poter affrontare, insieme, tutto.
Me lo ha ricordato con l’entusiasmo per ogni singola alba di 45 anni per andare al lavoro, piangendo la sera dell’ultimo giorno prima della pensione: figlio di una generazione nata nella povertà della guerra ma che lavorando forte si è presa sulle spalle l’Italia per consegnarcela ricostruita, anche nei valori.
L’ha testimoniato poco con le parole e molto con gesti concreti: in tanti hanno voluto ricordarmi in questi giorni il bene e il tempo dedicato ai ragazzi in oratorio, spesso nei lavori più umili e sempre con un sorriso. Non c’è bisogno di parole per spiegare un gesto d’amore, non c’è bisogno dei riflettori per essere utili.
Me l’ha indicato regalandomi la passione per lo sport: quello della vittoria mai ostentata e della sconfitta da cui imparare per ripartire; dei campioni della nostra Juve e dei ragazzi del GSO; dei campi da segnare e delle lunghe trasferte per vedermi giocare; di quelle estati al parco per perfezionare insieme un gesto tecnico e di quelle bellissime domeniche mattina di una Cernusco anni Settanta, a tifare i nostri della Tino Gadda nella volata sul rettilineo davanti al Bar della Pesa.
E poi la semplicità di chi vuole giustificare un male che gli hanno fatto; di chi preferisce che abbiano ragione gli altri; di chi vuole ed è certo che ci sia per ciascuno di noi una seconda possibilità: non sono forse queste, anche secondo quella famosa poesia, le persone che stanno salvando il mondo?
“Guarda ti. Ma fa i rob giust”, scegli tu ma fai le cose giuste, è insieme il manifesto educativo di sette parole e il consiglio paterno più veri che potesse ripetermi nei momenti in cui la vita ci pone davanti ad una scelta importante.
L’ultima notte passata a casa, settimana scorsa, ho accompagnato mio papà a letto e l’ho salutato dicendo un semplice “Papà, domattina sono ancora qui”.
“Anca mi sun semper chi”, anch’io sono sempre qui, mi ha risposto.

Ancora una volta non c’è stato bisogno di un lungo discorso: ora so che era la promessa di esserci sempre vicino, magari fischiettando le note di un’allegra mazurka, per tutti i giorni che ci aspettano.

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