I SPORT CERNUSCO TRICOLORE 2015: ROBERTO TRICELLA E I 30 ANNI DI UNO STORICO SCUDETTO


Anche quest’anno il weekend di apertura del nuovo anno sportivo a Cernusco (Sabato 12 e Domenica 13 Settembre, calendario degli eventi disponibile a breve) sarà introdotto da “I Sport Cernusco Tricolore”: un momento istituzionale in cui verranno premiati gli atleti Cernuschesi che nel corso dell’ultimo anno hanno vestito la maglia della Nazionale nella propria disciplina sportiva oppure hanno vinto un titolo nazionale/internazionale, con un riconoscimento speciale alla passione sportiva degli atleti con disabilità. Sport vero, leale, di tutti.

Lo scorso anno fu Pierluigi Marzorati a premiare i nostri atleti e a portare la propria testimonianza di campione di basket, a raccontarci di vittorie e sconfitte, di vita di spogliatoio e di avversari da affrontare, dell’emozione della maglia azzurra.

Quest’anno abbiamo voluto ricordare e celebrare i 30 anni di un trionfo storico che ha visto coinvolta anche la nostra città: lo scudetto dell’Hellas Verona della stagione 1984-85, guidato da Roberto Tricella, calciatore Cernuschese e capitano di quella indimenticata formazione.

Così Roberto Tricella (che insieme a Gaetano Scirea e Roberto Galbiati contribuì negli anni ’80 a consegnare all’Italia calcistica l’immagine di Cernusco sul Naviglio come “città di liberi” per il ruolo ricoperto in campo) ci ha scritto prima della pausa estiva: “Vi confermo la mia partecipazione per il giorno 9 Settembre, contento di poter premiare dei ragazzi che si sono distinti nell’ambito dello sport”.

Prima delle premiazioni ci faremo raccontare di quello scudetto (storico anche perché l’ultimo di una provinciale e arrivato nell’unica stagione della storia in cui fu in vigore il sorteggio integrale degli arbitri), ma anche dei passi di Tricella da Cernusco alle giovanili dell’Inter, del suo esordio in Serie A (alla fine saranno 256 le presenze nella massima serie con Inter, Verona, Juventus e Bologna); delle sue 11 presenze in Nazionale; del trionfo internazionale in Coppa Uefa con la Juventus; dei campioni con cui ha giocato in 15 campionati da professionista.

Appuntamento allora a mercoledì 9 Settembre con I Sport Cernusco Tricolore!

PS – Per chi volesse saperne di più di quel Verona 1984/85 e perchè è considerato una leggenda, consiglio questo pezzo di Stefano Dolci tratto dal sito di Eurosport:

IL VERONA DELLO SCUDETTO – di Stefano Dolci

La classe operaia va in Paradiso. Un detto forse abusato ma che meglio può spiegare l’incredibile exploit del Verona nella stagione 1984-85, quella in cui la formazione scaligera riuscì a vincere il suo primo e unico scudetto della sua storia al termine di un’annata semplicemente magica condotta dalla prima fino all’ultima giornata in testa. Un capolavoro frutto della maestria di una società meticolosa e dell’abilità di un tecnico tanto modesto e antipersonaggio quanto formidabile insegnante e motivatore di uomini e calciatori: Osvaldo Bagnoli, l’artefice del miracolo Hellas, capace in quattro anni di rigenerare una sfilza di giocatori reduci da delusioni o mai sbocciati e trasformarla in un’armata invincibile, capace di issarsi in vetta pur senza poter disporre dei fuoriclasse da copertina come Maradona, Rummenigge, Platini o Zico.

Per raccontare la prodigiosa ascesa dell’Hellas fino all’olimpo della Serie A non si può non partire dall’estate 1981 quando Osvaldo Bagnoli, fresco protagonista col Cesena di una promozione dalla Serie B alla A accetta di tornare a Verona (dove aveva militato dal ’57 al ‘61 racimolando 74 presenze e 25 gol, ndr) per riportare i veneti nella massima serie. Bagnoli, che proprio a Verona 20 anni prima aveva conosciuto la moglie, riaccende subito l’entusiasmo della piazza e vince il campionato cadetto in carrozza costruendo la spina dorsale sulla quale si ergeranno i successi del quadriennio successivo (il portiere Garella, il libero Tricella e il regista Di Gennaro). Nella stagione successiva il Verona, forte di un’intelaiatura collaudata e dell’entusiasmo contagioso di una città di nuovo esaltata dal gioco della sua squadra, disputa una stagione fenomenale conquistando il quarto posto (che garantiva la qualificazione in Coppa Uefa) e mancando la Coppa Italia d’un soffio, dopo aver battuto la Juventus nella finale d’andata. Quella squadra, capace di attrarsi da subito la simpatia degli appassioanti superpartes italiani, era composta da giocatori incompiuti o sottovalutati rivitalizzati dalla cura Bagnoli bravissimo a togliere il meglio da ognuno di questi elementi. 

UN MIRACOLO A TINTE GIALLOBLU – Il “Mago della Bovisa” trasformò l’ultratrentenne Volpati da carneade in uno dei migliori jolly della Serie A, Fanna da riserva della Juventus nella miglior ala del campionato e Tricella da scarto dell’Inter in uno dei liberi più eleganti e affidabili d’Europa. Nell’estate seguente Bagnoli approvò la linea del presidente Guidotti che non aveva soldi da spendere e decise di privarsi degli elementi più talentuosi rimpiazzandoli con nuovi elementi in cerca di riscatto: Dirceu fu ceduto al Napoli, Penzo alla Juventus, Oddi alla Roma e come sostituti arrivarono lo stopper Silvano Fontolan, il centrocampista Bruni dalla Fiorentina e il giovanissimo attaccante Galderisi, funambolo dell’area di rigore finito a scaldare le panchine alla Juve dopo gli exploit iniziali. Il Verona debuttò in Coppa Uefa e complice il doppio impegno chiuse con un onorevole sesto posto e un’altra sconfitta in finale di Coppa Italia. Ormai consapevole della propria forza e della propria maturità in estate bastarono due acquisti mirati per fare il definitivo salto di qualità e dare l’assalto allo scudetto. Nello stesso mese in cui il Napoli annunciò l’arrivo in Italia di Maradona, la dirigenza scaligera si portò a casa il roccioso difensore tedesco Hans-Peter Briegel e il possente attaccante danese Preben Larsen-Elkjaerreduce da uno scintillante Europeo. Briegel e Elkjaer garantirono quella fisicità e quell’imprevedibilità alla manovra della squadra di Bagnoli che, partita senza eccessivi squilli di tromba, diede subito l’impressione di poter fare grandissime cose in quella stagione. Dopo un roboante 3-1 rifilato al Napoli del Pibe de Oro alla prima giornata, gli scaligeri capirono davvero di poter ambire a diventare campioni d’Italia alla quinta giornata quando sconfissero 2-0 la Juventus al Comunale grazie ai sigilli dell’ex Galderisi e a un eurogol di Elkjaer, che riuscì a trafiggere Tacconi pur senza una scarpa persa poco prima di battere a rete. La squadra di Bagnoli, nel primo e unico campionato di Serie A col sorteggio integrale, inanellò una serie di 14 risultati consecutivi perdendo solamente l’ultima partita d’andata al Partenio 2-1 contro l’Avellino. Nel girone di ritorno i gialloblù rifilarono una cinquina all’Udinese di Zico, espugnarono l’Olimpico e il Franchi ed uscirono indenni dai confronti con Juve, Milan e Inter perdendo solamente al Bentegodi contro il Torino di Radice alla 25esima giornata. Quel blitz però non bastò ai granata per riprendere l’Hellas che alla penultima giornata a Bergamo dopo un 1-1 contro l’Atalanta festeggiò il suo primo storico scudetto.

BRIEGEL MEDIANO INCURSORE E L’ARMA CONTROPIEDE – Ma com’era disposto in campo il Verona di Bagnoli? Fedele alla difesa col libero davanti a Garella a organizzare gioco era capitan Tricella che interpretava il ruolo come un vero regista arretrato della squadra e cui suoi lanci era formidabile a prendere d’infilata gli avversari avviando le ripartenze mortifere di Fanna, il migliore esterno dell’epoca nel tramutare qualunque azione in un contropiede. A centrocampo a garantire filtro, equilibrio e gol ci pensavano Volpati e Briegel, reinventato mediano davanti alla difesa proprio da Bagnoli e pericolosissimo anche in avanti con la sua capacità di inserirsi al tempo giusto e segnare gol pesanti (9 alla fine della stagione). Innescata dalla qualità di Di Gennaro la coppia Galderisi-Elkjaer era veramente tra le più assortite e letali della Serie A dell’epoca grazie all’agilità del guizzante Nanu e alla potenza da panzer del centravanti danese. I due attaccanti misero a segno 20 reti in totale mentre alla fine della stagione furono 9 gli elementi a realizzare almeno una rete. Un vero elogio di un collettivo che 30 anni fa ha scritto una delle pagine di storie più esaltanti del nostro calcio che ora oggi commuove ed emoziona.

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